Le mie poesie
Posie e racconti di uno strano ragazzo.
martedì, 26 maggio 2009
La spinta
La vita frenetica ti porta a vivere a ritmi sempre crescenti, gli appuntamenti e le cose da fare si moltiplicano. Il tempo della giornata viene così suddiviso e schematizzato per riempirne ogni spazio. Avviene sempre più di frequente che lo spazio di tempo per gli spostamenti è ridotto al lumicino e così la guida della propria autovettura è nervosa e frenetica. Poi con questi limiti di velocità ed autovelox, tutto diventa più complicato. Capita spesso che quando si ha fretta ci sia un veicolo lento che ti precede, allora si usa la tecnica della spinta. In pratica ci si mette appiccicati al veicolo che ti sta davanti, azzerando la distanza di sicurezza e restando con la ruota sinistra quasi a sfiorare la linea di mezzeria. Il risultato è quello di far chiaramente capire al veicolo lento che vorreste superarlo ma che non c'è spazio per fare questo e di solito, o almeno nel 70% dei casi, il veicolo accellera. Diciamo che questa tecnica è tanto più pericolosa, quanto la velocità aumenta. Questi incontri però ti fanno capire che esistono persone che vivono più rilassate, magari gestiscono meglio il tempo facendo meno cose, visto che non si pongono il problema di arrivare velocemente a destinazione. Personalmente mi ci vorrebbe una giornata di 48 ore, ma anche così fosse non mi basterebbe perchè di cose da fare nella vita ne ho troppe, anzi, di cose che vorrei fare e che non ho il tempo di fare. Forse, quando sarò anziano e avrò tempo da vendere, sarò uno di quei veicoli lenti ai quali si applica la spinta e forse ricordandomi di questo, mi accosterò e lascerò passare chi ha fretta.

Corrado
Scritto da: GolanTrevize alle ore 11:24 | link | commenti (2)
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sabato, 02 maggio 2009
Questo paese sembra sospeso in una realtà tutta sua. Il tempo passa altrove ma non qui. Esistono ancora come ai tempi dei muli le stesse tradizioni che si raccontano da nonna a madre a figlia. Il progresso qui significa solo denaro ma la libertà è nel mare. Il mare è ovunque, nell'aria con l'odore di pescherecci, pesce e salsedine. Nel cielo con il gracido richiamo dei gabbiani e nel vento sempre diverso. Nell'asfalto pieno di sabbia e cose portate dal mare. Nella gente che guardando il cielo e sentendo il vento ti dice con esattezza l'ora della prossima mareggiata o dell'arrivo della tramontana. I ristoranti lungo il porto si illuminano la sera di candele all'odore di citronella e i negozi aprono pigramente i battenti nel tardo pomeriggio. La gente di qui parla solo della gente di qui. Passano tanti personaggi famosi ma se ne fregano, sono importanti solo per la fama che danno al paese e per i soldi che portano, ma poi non parlano di loro se non per dare giudizi. É un mondo chiuso al mondo ma aperto al mare, solo ciò che galleggia ha diritto d'essere raccontato. Io ne faccio ormai parte, ho una casa non mia che mi attende quando ho voglia, ho una famiglia non mia che mi ospita ma anche io non ne faccio parte realmente e non posso entrare nella loro vita per essere raccontato, anche potendoci vivere sarei sempre e solo un ospite, qualcosa che non appartiene al mare e che non merita d'essere raccontato da nonna a madre a figlia. Certo, anche da dove vengo io c'è il mare, ma l'acqua è differente, è meno salata, meno saporita, le barche che ci navigano sono più piccole e non si racconta del mare ma solo di ciò che ci abita vicino.
Il tempo dilatato di questo posto però sembra aver catturato l'anima di chi ci abita, costringendoli a perpetuare riti e schemi che nulla hanno a che vedere con la vita vera. Così si dice di questo e di quello, della processione e del matto che gli urla bestemmie, del napoletano che ha comperato la latteria sperando di farne un'attività proficua ma che ha fallito perché non era di paese e nessuno ci andava, dello zi... che gli è presa una strana e indicibile malattia e che è dovuto andare a Firenze per curarsi, del cugino che si vanta di essere massone senza sapere manco cosa sia la massoneria, del fiora che non ha acqua per tutti perché quelli della ville la fregano al paese. Provo a dire che sono abbastanza scemi da pagare per l'acqua che non arriva potabile, ma poi diventano così fatalisti da dire “che ci possiamo fare, è obbligatorio”. É l'unico paese in cui tutti pagano il canone rai, in cui pensano che internet sia una diavoleria inutile perché navigare è una cosa che si fa in mare, in cui si guarda solo la rai e canale 5.
A volte mi reco in un internet point per postare quello che scrivo nel portatile e c'è sempre un tipo strano che si vanta delle donne che si è trombato. È cieco, grasso, ma è a suo modo un fico. Ha capelli lunghi e vestiti dark, ha un modo di parlare che la barista lo guarda ammirato e ride ad ogni sua battuta. Dice “sai, ieri sera sono stato con tizia... non ti dico quello che si è fatto” e quando la barista ride e lo sfotte lui risponde “Ciccia, che ne sai tu di un campo di grano”, prende l'aperitivo e si incammina per strada col suo bastone per sentire gli ostacoli. Io mi siedo nel computer di destra perché ormai so che è più veloce, infilo la mia chiavetta usb e scarico il contenuto nel blog. Ogni tanto arriva qualcuno a vedere se ho fatto, magari parla inglese e io gli rispondo for testing my english lenguage. Il prezzo per stare collegati un solo quarto d'ora è più alto di un caffè, ma mi permette di raccontare quello che i miei occhi vedono e la mia mente interpreta.
“Ciao Bello, com'è?” è la classica domanda assurda a cui ancora non mi sono abituato, vorrebbe dire come va?... ma non se po' sentì e io rispondo sempre “tutto ok”.
Stare qui, chiuso in un mondo che non mi appartiene, mi permette di vedere, ascoltare, imparare, ma non lo posso fare a lungo perchè non mi permette di vivere e non vedo l'ora di andarmene ogni volta anche se posso dormire più a lungo essendo il frastuono così regolare che ti porta via i pensieri. Dei miei pensieri pesanti ho fatto dono al tempo, li sto alleggerendo per permettere a nuovi pensieri di portarmi un futuro migliore ma nel cammino non dimentico chi ha voluto restare nel suo mondo chiuso perché teme di non poter vivere in un altro mare.
Chiudo gli occhi e sento la tristezza di una persona solo nel mondo... a lei dedico le mie braccia che si sciolgono e si allargano fino ad abbracciarla nella mia fantasia. Indosso le cuffie del mio mp3 e mi immergo nel mio mondo che non è fatto solo di mare ma di un cielo che li include tutti.

Corrado


Scritto da: GolanTrevize alle ore 10:23 | link | commenti
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venerdì, 03 aprile 2009
La Luce

Colgo l'occasione di un post letto poco fa per uno spunto riflessivo su un argomento a me caro, la Luce.
Tempo fa qualcuno (una persona importantissima) mi chiese che cosa fosse la Luce di cui le stavo parlando. Non ci sono altre parole che la possono descrivere, ovvero Luce. Più propriamente è uno stato di vibrazione dell'universo che ci circonda. Per entrarci è sufficiente un cuore aperto, e... boh, a me viene facile ma non saprei dire come. Inizia con un chiarore per diffondersi tutto attorno a te, ovviamente questo se si ha gli occhi chiusi, se essi sono aperti la puoi sentire come un'immensa gioia che ti pervade fin nel profondo e che rende la giornata e quelle adiacenti piene di ottimismo e voglia di diffondere la buona notizia che questo stato è possibile. Purtroppo poi ritornando alla vita quotidiana ci si immerge nei problemi e nelle varie facezie della vita materiale e lentamente questa luce si trasforma nella quotidiana nebbia di pensieri. Per potervi restare sempre occorre vivere una vita isolata o di preghiera. É per questo che molti asceti o monaci di cluasura hanno lasciato il mondo, per poter stare sempre in quello stato di grazia. Io ho scelto il lavoro più sporco, quello di entrare nella vita per poter aiutare gli altri ad alzare gli occhi al cielo. Non occorrono religioni, preghiere, vite virtuose ma l'unico mezzo per poter trasmettere è amare. Non ci sono schemi in questo, la strada per aiutare il prossimo si decide giorno per giorno... lasciando ogni cosa al suo posto e partire come dice Cesare Cremonini. Sappiate solo che quando avrete raggiunto quello stato la vostra vita sarà diversa, si perché avrete voglia di dire agli altri come arrivarci, ma non aspettatevi che vi capiscano, voi stessi non vi capirete eheheh.

Corrado ha detto la sua per oggi... x domani vedo ancora nebbia (che palle!)

Scritto da: GolanTrevize alle ore 22:49 | link | commenti (3)
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martedì, 31 marzo 2009
Giorno Buono
Scavalco le montagne della mia malinconia oggi. Il ghiaccio per tenere fresco il liquido da iniettare mi fa desiderare di metterci dentro tutti i miei pensieri per farli morire congelati. Lei mi guarda e continua a ripetere, “stai bene?” “Sta bene?” “Ha tosse, raffreddore, allergie in corso?” “Ha preso cortisonici, ventolin, antinfiammatori?” Io la guardo e le rispondo di si e di no, sto bene, sto molto bene fisicamente, sono solo vuoto e morto dentro ma questo non è importante. Poi mi manda dall'infermiera zelante che mi spiega come soffiare dentro l'apparecchio e mantenere la pallina entro la zona verde. Le solite domande, se ho mai fatto questo esame, se prendo medicine ecc... ma quante storie per una puntura, che mi potrà succedere se ho una reazione, morire? In questo momento non mi interessa molto di più di una scarpa slacciata.
Eppure sono solo momenti che passano, si smette di sorridere un attimo per lasciar fluire tutto l'amaro che il nostro sangue ha riportato alla lingua facendocene sentire il sapore, poi domani un abbraccio nuovo, un raggio di sole che penetra la nebbia, una goccia di rugiada che viene asciugata dagli occhi e tutto riprenderà colore. È la vita, si muore ogni giorno un po', solo un po', per poter rinascere al primo bagliore.
Domani mi sveglierò con il sonno ancora tra i denti, solleverò cassette, dividerò le preoccupazioni con i colleghi, parlerò sempre di meno e sempre meno ascolterò, mi chiuderò entro mura invisibili per lasciare che il mondo fuori viva la sua vita, è tanto che non gli appartengo, forse dormirò davanti la tv, forse telefonerò, forse riuscirò a rendere la giornata importante se saprò aiutare qualcuno...
ed ogni giorno è un Giorno Buono.

Corrado
Scritto da: GolanTrevize alle ore 22:41 | link | commenti (1)
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lunedì, 30 marzo 2009
Sono tornato
Riaprire questo blog è come riaprire un polveroso baule pieno di ricordi. Fa un po' male vedere quanta vita c'è stata vissuta dentro, quanti ricordi e speranze, quante poesie dettate dall'anima. Ora sono di nuovo io, Corrado senza cognome, senza una vera identità e un volto. Sono di nuovo lo strano ragazzo che si rifiuta di voler crescere e divenire uomo. Magari con qualche ruga in più, magari con altre storie che non ho conservato in questo baule, tradendolo, ma sempre lo stesso di allora... uno stupido sognatore. E allora via, se è così che sono è inutile nasconderlo... sono tornato per far sognare anche voi. Fatemi sentire che ci siete e forse questa volta resterò.

Solo Corrado.
Scritto da: GolanTrevize alle ore 22:01 | link | commenti (2)
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domenica, 14 ottobre 2007

Mi sto trasferendo nel nuovo Blog

Abbiate pazienza ancora un pò.

http://www.paroledipoesia.splinder.com/

Scritto da: GolanTrevize alle ore 21:09 | link | commenti (1)
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mercoledì, 10 ottobre 2007

Prima di andare e trasferire la mia anima nel nuovo blog che sto ancora creando, voglio salutare tutti i miei amici. Sono passati molti anni ormai dal primo post che ho inserito in questo blog. Riesco ancora a stupirmi di quanto ho scritto e di quanto l’anima mia aveva bisogno di dire e comunicare. Dico sempre che qui vi ho riversato parte dell’anima mia, e così è simbolicamente. Quello che ho scritto è quello che ho sentito… distillato in gocce e plasmato dal tempo. Ma ora mi viene richiesto di crescere, di diventare in parte più serio, più moderato, più negli schemi… per chi mi conosce veramente, sa come sia difficile per me farlo, stare entro schemi, ma quando ho deciso di mettermi in gioco con il libro ho fatto inconsciamente la scelta di entrare nel gioco. Il libro sta vendendo veramente tanto, solo oggi ne ho vendute personalmente dieci copie. Tanti sono coloro che mi dicono bene e male con inevitabili ripercussioni sull’umore. Nei post che ho messo in questi ultimi giorni emerge quali contrasti ci sono in uno scrittore di poesie (non poeta) che lo portano a sentire gli echi non solo della sua anima, ma di tutte le anime che incontra e ama… si, perché lo scrittore di poesie (non poeta) se ama, ama l’anima delle persone e l’anima è per sempre.
Non è facile quindi lasciare questo blog… lasciare tutti questi frammenti che mi ricordano le anime che ho amato e tutti i sogni che ho descritto, imprimendoli nel tempo. Per buona parte della sua vita, il blog è stato aperto anche ad altri che hanno riversato parte del loro sentire, ma è sempre stato un blog personale perché è personale la mia apertura verso chiunque abbia un sogno da condividere.
Ma via… bando alle romanticherie, è tempo di fare un blog serio ed ora vi svelo i miei progetti a grandi linee.
Il primo punto è quello di cambiare il nik name.
Golan Trevize ha ormai fatto il suo tempo ed ha scelto di salvare questo pianeta. Per chi non ha mai letto Issac Asimov, vi descrivo a grandi linee il personaggio Golan Trevize, prendendolo da wikipedia:

Golan Trevize è un personaggio nato dalla fantasia di Isaac Asimov. È protagonista dei romanzi fantascientifici L'orlo della Fondazione e Fondazione e Terra, che rientrano entrambi nel Ciclo della fondazione.
Trevize è un personaggio molto importante con la capacità di saper riconoscere la decisione giusta da prendere pur mancando dei dati necessari a tale decisione. Sarà infatti lui a scegliere Galaxia come futuro dell'umanità e ad accantonare completamente il piano seldon.

È quindi un personaggio di grande forza, in grado da solo di decidere la strada giusta da seguire per l’intera galassia, ma questo non mi rispecchia per niente ed è quindi giusto che il nuovo nik abbia solo il mio nome o forse il nome del mio sito… poi vedremo quando creerò il nik, quale di questi sarà libero.
Il secondo punto è la creazione di un blog che sia integrato o quasi con il sito www.paroledipoesia.com . Non me la sento di lasciare la piattaforma Splinder, come suggeritomi, perché qui ho molti amici che vorrei continuare ad avere. Il blog non sarà privato, ma anzi, chiederò ed ospiterò tutti coloro che ci vorranno mettere i loro lavori, rendendolo ancora più bello.
Il terzo punto che è ancora in forse, è la creazione di un blog privato… un blog in cui potrò sfogarmi per creare e sperimentare, per raccontare di me e dei miei sogni, per scrivere anche le cose di cui mi potrei vergognare insomma. Questo terzo passo lo farò, forse in seguito, ma ancora non l’ho deciso. La cosa certa è che questo blog, l’attuale Corrado Blog, resterà tale a quale ad ora per un bel po’ senza nuovi inserimenti… poi chissà?!

Ed ora voglio salutarvi calorosamente… anche se poi non sparisco nel nulla come qualche volta mi viene voglia…
Amici, amiche… siete importanti per me, moltissimo! Grazie davvero di cuore per tutto quello che avete rappresentato per me, e per la pazienza con cui mi avete sopportato.
Colgo l’occasione per chiedere scusa a coloro che ho arrecato disturbo con ciò che ho scritto. Il passato al passato, il futuro è amicizia.
Un ultima cosa però la volevo condividere con voi e questa volta è una gioia immensa. Mi ha scritto la maestra delle elementari alla cui ho avuto l’infinita gioia e soddisfazione di poter inviare il mio libro. È stata molto contenta e si è emozionata nel leggerlo… ma ci pensate, l’alunno timido e solitario, quello che stava sempre male, quello che non alzava la mano perché si vergognava di parlare per primo ha avuto l’onore di far un simile regalo alla maestra che ha sempre adorato. Anche se non potrà mai leggere, la ringrazio e ringrazio tutte le insegnanti che fanno col cuore il loro lavoro.

Corrado Muti
10/10/2007

Scritto da: GolanTrevize alle ore 21:23 | link | commenti (4)
Categoria: citazioni, mare, poesie, poesia, amore, riflessioni, racconti, sogni, malinconia, pazzia, eros, amicizia, fantasy, testi canzoni, home, rabbia, passione, attimi di vita, il mondo alla fine del mondo, illusione, per sempre, ricordo, delusione, libertà, spiritualità, felicità, pianeta terra, poesie amarna, girando il mondo, vivere a colori, vivere in bianco e nero, amore mercenario, le fiabe di lolli, così vivo, amore di un istante, drawingart, medianità e dintorni, non ti trovo, notti buie, fiabe sonore

E così ieri abbiamo salutato Golan Trevize, lasciandolo tornare alle sue stelle e forse alla sua beneamata Stella che ogni tanto gli faceva visita.
Ora resto io assieme allo strano ragazzo. Ci sono progetti importanti in ballo e non vi svelo ancora nulla per ora, restate in ascolto!
I lavori procederanno a rilento, perché in questo periodo sono impegnato in mille faccende diverse. Chiedo scusa anche ai miei contatti di MSN se non sono presente spesso in chat, ma sto seguendo altre cose che mi portano lontano da questo computer e nel poco tempo che mi rimane cerco di scrivere e di fare il resto.

Baci e Abbracci!

Corrado

Scritto da: GolanTrevize alle ore 11:29 | link | commenti (1)
Categoria: citazioni, mare, poesie, poesia, amore, riflessioni, racconti, sogni, malinconia, pazzia, eros, amicizia, fantasy, testi canzoni, home, rabbia, passione, attimi di vita, il mondo alla fine del mondo, illusione, per sempre, ricordo, delusione, libertà, spiritualità, felicità, pianeta terra, poesie amarna, girando il mondo, vivere a colori, vivere in bianco e nero, amore mercenario, le fiabe di lolli, così vivo, amore di un istante, drawingart, medianità e dintorni, non ti trovo, notti buie, fiabe sonore
martedì, 09 ottobre 2007
“Buongiorno capitano… pace!”
“Pace Consigliere!”
“Siete venuti a prendermi?”
“Si, è tempo di andare, il soggiorno su questo pianeta è terminato.”
“Bene, sono pronto, ma qui c’è ancora molto lavoro da fare, vorrei restare ma la mia voce è ormai diventata uno specchio inutile.”
“Altri si occuperanno di questo, le squadre stanno già sbarcando.”
“Si… questi terrestri hanno grandi potenzialità e meritano di entrare nella federazione, ma debbono prima smettere di ascoltare solo se stessi.”
“Hanno mai compreso il significato del nik con cui parlavi?”
“No. Alcuni mi hanno domandato il significato, ma si sono accontentati di sapere che era un personaggio di un romanzo. I terrestri fanno poche domande perché sono convinti di avere già le risposte a tutto, dentro di loro e questo li blocca e li rende manipolabili dai grigi. Dobbiamo disattivare il campo energetico che imprigiona questo pianeta, so che ci state già lavorando con gli sfasatori quantici, ma non è facile regolarli perché i grigi agiscono anche dal terreno.”
“Si, alla tecnologia hanno aggiunto la coercizione delle informazioni, a contrastare questo servono i nuovi consiglieri che stanno sbarcando. Saranno milioni in tutto il mondo e renderanno chiari i giri di potere che soffocano il pianeta.”
“Bene, è ora… lasciami per un attimo su questo scoglio a guardare un po’ indietro nel tempo, ho già nostalgia di questo pianeta e dei suoi abitanti.”

Golan Trevize
Scritto da: GolanTrevize alle ore 11:34 | link | commenti
Categoria: home, pianeta terra
lunedì, 08 ottobre 2007

Se frantumato, il tempo
diviene presente….

Se frantumato, il destino
diviene speranza…

Scritto da: GolanTrevize alle ore 18:05 | link | commenti
Categoria:
domenica, 07 ottobre 2007
Pirata informatico (remember)

Estratto da: Sulle tracce di pollicino

“Finalmente! Sono riuscito a restare da solo questa sera”, pensava Tom. “Masterizzatore nuovo di pacca… l’ultimo film di Matrixx 29… i giusti programmi e tutte le istruzioni scaricate da crakword e via, finalmente clonerò il mio primo dvd.”
Il computer acceso era pronto. “Semplicissimo, prima rippo le tracce con smartripper. Fatto! Questo pentium 5 10.000 è proprio una scheggia.”
Nella cartella denominata banalmente nuova cartella, erano comparsi tutti i file wbo del dvd, ma un’inaspettata scritta apparve nello schermo, c’era scritto: Questo film è protetto dalle leggi sul copyright… bla bla bla… esso è protetto con un nuovo sistema che potrebbe essere dannoso per voi, non tentate la copia.
Ovviamente Tom ignorò l’ammonimento.
“Dunque vediamo, basta estrarre le tracce audio con l’apposito programma, poi le splitto con easysplitter v52.99 e basta riallineare le trecce e tagliare quello che non serve… semplicissimo, ora avvio la procedura”
Al momento del clic del mouse, una nuova finestra assai più minacciosa apparve a schermo: Attenzione, se vai avanti con le tue intenzioni “morirai”.
Tom si fece una grassa risata “Ma pensa te, le inventano proprio tutte… ahahahah… che paura.”
Ottenuto il suo video, Tom pensò bene di comprimerlo per farlo entrare in un solo cd. “Bene” pensava “Ora non mi resta che convertire il file in xvdi con i codec di nuova generazione, con la Bomba del mio computer ci impiego un attimo.”
Altro clic del mouse ed altro tetro avvertimento: “ATTENZIONE!!! SE LA PROCEDURA NON VERRA’ SUBITO INTERROTTA, IL COMPUTER ESPLODERA’.
“A si!” disse Tom “Tanto non mi fai paura, voglio proprio vedere che cosa fai”
In tono di sfida, lasciò che il programma facesse il suo lavoro. Nel frattempo nel monitor era comparsa una finestra che scandiva il tempo con un conto alla rovescia… meno dieci… meno nove.
Tom si era fissato con un tono di sfida e a braccia incrociate rideva e insultava a gran voce il computer… meno quattro… meno tre… meno due… Tom alza il dito medio in estremo gesto d’insulto allo schermo.
…. …. …. ….

Il tipo in giacca e cravatta si diceva estremamente mortificato per essere costretto ad espletare una simile pratica. “Vede signora, questo è l’unico pezzo di suo marito ancora intatto, ci saprebbe dire se riconosce l’anello che vi è ancora infilato su?”
Il tipo aprì una scatola di legno e mostrò alla moglie di Tom l’unico dito sopravvissuto all’esplosione e all’incendio dell’intera casa.

Scritto da: GolanTrevize alle ore 21:43 | link | commenti
Categoria: racconti
sabato, 06 ottobre 2007

Perhaps the feelings that we experience when we are in love represent a normal state.

Being in love shows a person who he should be.

Forse le sensibilità che sperimentiamo quando siamo nell'amore rappresenta uno stato normale. Essendo nell'amore una persona si mostra come dovrebbe essere.
Scritto da: GolanTrevize alle ore 23:22 | link | commenti (2)
Categoria: amore
venerdì, 05 ottobre 2007

Fu buio per molto tempo, tanto tempo. Eravamo tutti ciechi. E c’era il freddo, un freddo vasto, immobile, pesante. Non potevamo muoverci. Non ci muovevamo. Non parlavamo. Le nostre bocche erano chiuse, premute dal peso e dal freddo. I nostri occhi erano chiusi Le nostre membra erano immobili. Quanto tempo durò? Non c’era misura del tempo: quanto è lunga la morte? E si è morti solo dopo aver vissuto, o anche prima di aver vissuto? Certo — pensammo — se pur pensammo qualcosa —di essere morti. Se eravamo stati vivi, l’avevamo dimenticato.
Ci fu un cambiamento. In primo luogo dovette cambiare la pressione, benché non ce ne rendessimo conto. Le palpebre sono sensibili ai poso, devono essersi stancate di star chiuse. Quando la pressione che gravava su di loro si attenuò un poco, si aprirono. Ma non c era modo che noi sapessimo. Faceva troppo freddo per provare sensazioni e non c’era niente da vedere. Tutto era nero.
Ma poi... “poi”: perché è l’evento che crea il tempo, che crea il prima e il dopo, il vicino e il lontano, l’ora e il poi... “poi” ci fu la luce. Una luce piccola, che passava lentamente e in lontananza, a che distanza non potevamo dire. Un puntolino di luce confusa, bianca e verdastra, in lontananza.
I nostri occhi erano aperti, ‘ormai’, perché lo vedemmo. Vedemmo il momento. Il momento è un punto di luce che attraversa te tenebre o un piano luminoso; il momento è piccolo e si muove, ma non rapidamente.
Non pensammo che potesse esistere un secondo momento. Non c’era ragione di presumere che potesse esisterne più d’uno. Uno era già meraviglioso: che in tutti i toni del buio, che nella fredda, pesante, immobile, infinita tenebra dovesse una volta passare un piccolo, confuso punto di luce in movimento! Il tempo si crea una volta sola, pensammo.
Ma ci sbagliavamo. La differenza tra uno e più d’uno è tutta la differenza del mondo; essa è, invero, il mondo.
La luce tornò, La stessa luce, o un’altra? Non c’era modo di saperlo.
Ma «questa volta» ci ponemmo delle domande: si trattava d’una luce piccola e vicina a noi, o grande e lontana? Di nuovo, non c’era modo di saperlo. Nel modo in cui si muoveva, tuttavia, v’era una traccia d’esitazione, una qualità incerta che non sembrava propria d’una cosa grande e lontana. Come le stelle, per esempio. E allora ricordammo le stelle.
Le stelle non esitavano mai.
Ma forse la nobile certezza del loro splendore era stato solo un effetto della distanza; forse nella realtà esse soffrivano enormemente, immense fornaci derivate dall’esplosione della bomba cosmica, la bomba scoppiata nella notte. Ma il tempo e la distanza addolciscono qualunque sofferenza. Se l’universo, come sembra, è cominciato con un atto di distruzione, le stelle che eravamo abituati a vedere non ne avevano narrata la storia. Ci erano parse implacabilmente serene.
I pianeti, tuttavia... Fu così che ricordammo i pianeti. Essi sì che avevano sofferto cambiamenti e trasformazioni, tanto nell’aspetto che nell’orbita. Ci sono dei momenti dell’anno in cui Marte cambia diametralmente la propria direzione e si spinge lontano, verso le stelle; Venere era a volte più brillante e a volte meno brillante, a seconda che traversasse la fase crescente, la fase piena e quella decrescente. Mercurio, nei cieli dell’alba, lo rammentavamo come una lucida goccia di pioggia: la luce che contemplavamo adesso aveva la stessa qualità ammiccante, erratica. La vedemmo cambiare direzione e tornare indietro, non potevano esserci dubbi. Divenne più piccola, più debole; lampeggiò a intermittenza (un’eclissi?) e lentamente sparì.
Lentamente, ma non abbastanza lentamente per essere un pianeta.
Poi — il secondo «poi»! — si produsse l’indubitabile e sicura Meraviglia del Mondo, il Trucco Magico, guarda ora, guarda, non crederai ai tuoi occhi, mamma, mamma, guarda cosa posso fare.
Sette luci in fila, che avanzano a velocità abbastanza elevata, con un movimento a saetta, da sinistra a destra. Meno veloci, da destra a sinistra, altre due luci procedono verdastre. Queste ultime si fermano, ammiccano, cambiano direzione, s’affrettano ondeggiando da sinistra a destra. Le altre sette aumentano la velocità e raggiungono le compagne. Le due luci verdastre lampeggiano disperatamente, guizzano, poi scompaiono.
Le altre sette rimangono immobili per qualche momento, poi formano un’unica striatura brillante e sfrecciano via; poco a poco, svaniscono nell’immensità delle tenebre.
Ma nel buio, ora, crescono altre torce, sono molte:
lucerne, puntolini, ammassi, minuscole scintille. Alcune vicine, altre molto lontane. Come stelle, sì. eppure non sono stelle. Non sono grandi Esistenze quelle che stiamo vedendo, ma solo piccole vite.
Le creature luminose ci vennero tanto vicino che finalmente potemmo scorgerne non solo la luce, ma i corpi rivelati da quella luce. Non erano graziose, anzi avevano colori scuri, più che altro rosso scuro. Erano tutte bocca e si mangiavano a vicenda, per intero. Luce inghiottiva luce, ma tutte erano inghiottite dalla bocca più grande delle tenebre. Si muovevano lentamente perché nulla, per quanto piccolo e affamato, poteva muoversi in fretta sotto quel peso e in quel freddo. I loro occhi tondi di paura, non stavano mai chiusi. I loro corpi erano sottili e ossuti sotto le mascelle spalancate. Sulle labbra e sul cranio portavano strane, brutte decorazioni: frange, rametti attaccati, pinne, bulbi e pietre sgargianti. Povere piccole pecore dei pascoli profondi! Poveri nani stracciati che il peso delle tenebre opprime fin nelle ossa, che il freddo delle tenebre gela fin nelle ossa piccoli mostri che bruciate di fame brillante, e che ci portate di nuovo alla vita!
Di quando in quando, nella luce fioca e diafana di una delle creature, coglievamo un’occhiata improvvisa di altre forme, stavolta immobili. Erano molto vaste, ma non sembravano mura, non qualcosa di solido e certo come un muro: piuttosto una superficie, un angolo... Ma poi, c’era veramente?
E qualcosa di brillante, debole, lontano, in basso. Non c’era scopo a cercar d’indovinare che cosa fosse. Forse era solo una scheggia di sedimento, di fango o mica, disturbata dalla lotta fra le creature-lanterna. Eravamo immobilizzati, inchiodati in basso, fra le mura d’ombra appena intraviste. Ma c’eravamo veramente?
Le creature-lanterna non sembravano consapevoli di noi. Passarono davanti a noi, in mezzo a noi, forse perfino attraverso di noi... impossibile esser sicuri. Non erano affatto intimorite né curiose.
Una volta qualcosa di un po’ più grande d’una mano ci strisciò vicino, e per un attimo vedemmo distintamente l’angolo formato dal piede di una parete e dal suolo; grazie alla luce di una delle creature era tutto molto chiaro, adesso, La creatura era coperta di foglie o piume, e ogni piuma era punteggiata di piccoli puntini azzurri, luminosi. Vedemmo il suolo ai piedi della creatura e la parete accanto ad essa, e spezzava il cuore quella sua esatta, chiara linearità; quella sua opposizione a tutto ciò che è fluido, casuale, vasto e vuoto. Vedemmo gli artigli della creatura protrarsi e poi ritirarsi di nuovo, e infine toccare il muro, come piccole dita. Le piume di luce tremavano, e l’essere cominciò a trascinarsi lungo il muro finché sparì dietro l’angolo.
Così sapemmo che il muro esisteva davvero e che costituiva l’esterno di un edificio, forse la facciata di una cala, forse il lato di una delle torri della città. Ricordammo le torri. Ricordammo la città. L’avevamo dimenticata, avevamo dimenticato chi eravamo. Ma adesso ricordavamo la città.
Guardando le piccole luci che si muovevano intorno a noi acquistammo poco a poco il senso dello spazio e delle direzioni: vicino e lontano, alto e basso. Fu il senso dello spazio a permetterci di individuare le correnti.
Lo spazio non si svolgeva più soltanto intorno a noi, schiacciato dall’enorme pressione del suo stesso peso. Confusamente ci rendevamo conto che le fredde tenebre si muovevano, lentamente, dolcemente, premendo su di noi per un po’, poi ritirandosi, come in una vasta oscillazione. La vuota tenebra scorreva lentamente sui nostri corpi invisibili, intorno ad essi, al di là di essi. Forse attraverso di essi: non potevamo dirlo.
Di dove venivano, quelle oscure, lente, vaste ondate? Quale pressione, quale attrazione agitava gli abissi in lenta deriva? Non riuscivamo a capirlo, potevamo solo sentirne il tocco contro di noi, ma nel tendere i nostri sensi per percepirne l’origine o la fine, ci accorgemmo di qualcos’altro, qualcosa che s’agitava nelle tenebre e nella corrente esterna: suoni. Ascoltammo, Udimmo.
In questo modo il nostro senso dello spazio si acuì e delimitò per noi un luogo ben circoscritto. Perché il suono è locale, limitato, mentre la vista non lo è. Il suono è limitato dal silenzio e non emerge dal silenzio a meno di non essere ragionevolmente vicino, sia nello spazio che nel tempo. Noi ci troviamo dove una volta era il cantore, eppure non lo possiamo sentire: gli anni se lo son portato via come onde, l’hanno sommerso come marea. Il suono è una cosa fragile, un tremore, delicato come la vita stessa. Le stelle, possiamo vederle: ma non le possiamo udire, Anche se l’abisso vuoto dello spazio contenesse un’atmosfera, un’etere trasmittente attraverso cui le onde sonore potessero viaggiare, noi non udremmo le stelle: sono troppo lontane. Tutt’al più potremmo udire il nostro sole, e le immani tempeste dei suoi fuochi, ma sarebbe appena un sussurro ai margini dell’udito.
Un’onda di mare ci lambisce i piedi: ed è l’onda d’urto di un’eruzione vulcanica dall’altra parte del mondo, Pure, non sentiamo niente,
Solo sui fianchi del vulcano, alla periferia della città, si comincia a sentire il profondo brontolio, l’eco delle grida e dei lamenti.
Così, quando ci rendemmo conto di ciò che stavamo udendo, fummo ragionevolmente sicuri che si trattasse di suoni vicini. Ma ci saremmo potuti sbagliare, perché
eravamo in uno strano luogo, il un luogo profondo. Il suono viaggia veloce e arriva lontano nei luoghi pro fondi, e il silenzio è perfetto, sicché il più piccolo rumore si sente per centinaia di chilometri.
Quelli che udivamo noi non erano piccoli rumori. Le luci erano sottili, ma i suoni erano vasti. Spesso scendevano al di sotto dell’udibile, lunghe e lente vibrazioni più che suoni veri e propri. I primi che udimmo ci sembrarono salire dalle correnti inferiori: immensi lamenti, sospiri che scuotevano la spina dorsale, e un rombo, e un profondo, incerto borbottio.
Più tardi ci giunsero dei suoni dall’alto, portati dagli interminabili livelli di tenebra, ed erano ancora più strani perché si trattava di musica. Una grande musica che invocava, che chiamava dalle tenebre, ma che non chiamava noi. Dove siete? Io sono qui.
Non noi.
Erano le voci delle grandi anime, delle grandi vite, le voci solitarie dei viaggiatori. Chiamavano ma non ricevevano risposta, non spesso. Dove siete? Dove siete andati?
Ma le ossa, le tibie e i peroni che biancheggiavano sulle isole ghiacciate del Sud, le spiagge di ossa non rispondevano.
Né potevamo rispondere noi. Ma ascoltavamo, e negli occhi ci spuntavano lacrime salate, non salate come l’oceano, le interminabili correnti che fanno il giro del mondo, le piste abbandonate dalle grandi vite. Non così salate, ma più calde.
Io sono qui. Dove siete andati?
Nessuna risposta.
Solo il tuono mormorante che saliva dal basso.
Ma adesso sapevamo, benché non potessimo rispondere, sapevamo perché udivamo, perché sentivamo, perché piangevamo, sapevamo chi eravamo; e ricordammo altre voci.
Le piccole luci delle creature-lanterna si spensero una a una, inghiottite dal buio. Le voci lontane tacevano. Le correnti lente e fredde scorrevano vacanti, e solo ogni tanto un movimento le scuoteva nel l’abisso.
Era di nuovo buio, nessuna voce parlava. Tutto buio, muto, freddo.
Poi spuntò il sole.
Non fu come le albe che ormai ricordavamo.. C’era un cambiamento sottile e molteplice nel profumo e nel tocco dell’aria: il silenzio che, invece d’addormentarsi, si sveglia e resta in attesa; l’aspetto degli oggetti che sembrano grigi, vaghi, nuovi, come appena creati (montagne lontane contro il cielo orientale, le proprie mani, l’erba alta piena di rugiada e d’ombre, la piega di una tenda accanto alla finestra); e poi, prima di essere sicuri che la vista è tornata, che la luce è tornata, comincia il giorno, il brusco, dolce saltellare di un uccello che si sveglia. Infine il coro, voce dopo voce; questo è il mio nido, questo è il mio albero, questo è il mio uovo, questo è il mio giorno, questa è la mia vita, eccomi, eccomi, urrà! Eccomi! Ma no, non fu così quest’alba: fu silenziosa e azzurra.
Nelle albe che avevamo cominciato a ricordare non ci si rendeva conto della luce in quanto tale, ma degli oggetti che la luce toccava, delle cose, del mondo. Erano là. di nuovo visibili, come se la visibilità fosse una proprietà loro propria e non un dono del sole nascente,
In quest’alba, invece, non c’era altro che luce. E a dire la verità, nemmeno luce in senso stretto, ma un colore: l’azzurro.
Non c’era un limite, e non era più brillante a est. Non c’era né est né Ovest. C’erano solo sopra e sotto, su e giù. Giù era buio: la luce azzurra veniva dall’alta, lo splendore cadeva. Più in basso ancora, dove il tuono che aveva scosso la terra era cessato, la luce diventava viola e infine spariva del tutto.
Noi, svegliandoci, vedevamo la luce cadere.
In un certa senso pareva più una nevicata che il levarsi del sole. La luce pareva rifratta in discrete particelle, in infinitesimi coriandoli, e scendeva, più leggera e inconsistente dei fiocchi tenui in una notte buia; ma azzurra. Un azzurro soffice e penetrante che tendeva al viola, il colore delle ombre in un ghiacciaio, il colore di una striscia di cielo in mezzo alle nubi grigie in un pomeriggio d’inverno, prima che nevichi; debole come intensità, ma vivida nel tono: il colore del remoto, del freddo, il colore più lontano dal sole.
L’azzurro cambiò divenne più brillante, più leggero, e al tempo stesso più spesso: impuro. L’eterea luminescenza azzurro-violetta si mutò in turchese, intensa e opaca. Ma non potevamo dire che «tutte le cose» avessero quel color turchese, perché in realtà non c’erano cose. Non c’era niente, tranne il turchese.
Il cambiamento continuò. Il velo opaco divenne più sottile, delle vene lo attraversavano. Il colore denso, so~~ lido, cominciò a farsi traslucido e poi trasparente. Sembrò che fossimo nel cuore di un gioiello di giada, o nel cristallo brillante d’uno zaffiro o d’uno smeraldo.
E come nella struttura interna d’un cristallo, non c’era movimento. Ma adesso cera qualcos’altro da vedere. Era come se guardassimo l’immota, elegante struttura interna delle molecole di una pietra preziosa. Piani e angoli apparivano intorno a noi, privi di ombre, nitidi nella luce regolare, splendida, verdazzurro.
Erano le mura e le torri della città, le strade, le finestre, le porte.
Le conoscevamo, eppure non le riconoscevamo. Non osavamo riconoscerle. Era passato tanto tempo, tutto era così strano. Quando abitavamo nella città, sognavamo; di notte ci stendevamo nelle stanze adorne di finestre e dormivamo. E sognavamo. Tutti avevamo sognato l’oceano e l’abisso profondo. Non stavamo sognando, adesso?
A volte il tuono e il tremore delle profondità si facevano udire ancora, ma più deboli e più in distanza, remoti come i ricordi del tuono e del terremoto, del fuoco e delle torri crollanti, tanto tempo fa. Né il tuono né i ricordi ci spaventavano più li conoscevamo.
La luce di zaffiro brillò in alto di verde, quasi verde-oro. Alzammo gli occhi: la sommità delle torri più alte si vedeva a stento, avvolta dal bagliore della luce. Le strade e le porte erano più scure, più chiaramente definite.
In una di quelle strade lunghe, scure come un gioiello, qualcosa si muoveva, qualcosa che non era fatto dì piani e angoli ma di curve e archi, Tutti ci voltammo a guardare, lentamente, e nel muoverci ci meravigliammo della pigra fluidità del nostro movimento, della nostra libertà. Sinuosa, con un bel modo elastico di muoversi, ora rapido e ora incerto, la cosa ondeggiava nella strada dirigendosi dal cieco muro di un giardino al recesso di una soglia. Là, nelle profonde ombre blu, per un po’ non riuscimmo a veder niente Osservavamo. Una curva azzurra apparve in cima alla soglia, poi una seconda, e una terza. La cosa in movimento si aggrappava o si lasciava penzolare dalla porta, simile a un nodo di corde d’argento o a una mano senza ossa, e un dito arcuato indicava, incurante, qualcosa che adornava il battente della porta, qualcosa che gli rassomigliava senza muoversi. Era una scultura, una scultura di pietra.
Delicatamente e con facilità il tentacolo sfiorò la superficie curva della scultura, gli otto arti sinuosi e gli occhi tondi. Riconobbe la propria immagine?
L’esemplare vivente tremò, raccolse le membra curve in un nodo alquanto lasco e sfrecciò lungo la strada, dolce e sinuoso. Dietro di esso veleggio per qualche tempo una piccola nuvola blu scuro, poi si disperse, rivelando ancora l’immagine scolpita sulla porta. il fiore dei mari, la seppia veloce e dai grandi occhi, graziosa ed evasiva, il caro segno scolpito su migliaia di porte, ripetuto nel disegno delle cornici, dei pavimenti, delle impugnature, dei coperchi degli scrigni, degli archi, delle tappezzerie, dei tavoli e delle soglie.
In un’altra strada, al livello delle finestre del primo piano, avanzava una nuvola di centinaia di pagliuzze d’argento. Con un unico movimento tutte presero la trasversale e brillarono nelle profonde ombre blu.
C’erano ombre, adesso.
Distogliemmo lo sguardo dallo sciame di pesci d’argento e guardammo le strade in cui le correnti di giada
fluivano al calar delle ombre. Ci muovemmo e guardammo in alto, bramosi, alle alte torri delta città, Erano immobili, le torri cadute. Scintillavano nell’eterno splendore che non era azzurro o verde, là in alto, ma d’oro. Molto più in alto si vedeva un bagliore vasto, tremante e circolare: la luce del sole sulla superficie del mare.
Siamo qui, noi. Quando emergeremo alla vita attraverso il cerchio di luce le acque si romperanno e correranno bianche sulle bianche superfici delle torri, e discenderanno le strade ripide che si trovano nel fondo del mare. L’acqua luccicherà sui capelli neri e sulle palpebre dei nostri occhi castani, e quando si asciugherà lascerà un sottile strato di sale.

Siamo qui.
Di chi è quella voce? Chi ci chiama?

Dove siete?

Siamo qui. E voi dove siete andati?

Tratto da: La nuova Atlantide di Ursula K. Le Guin

Scritto da: GolanTrevize alle ore 17:32 | link | commenti
Categoria: racconti, fantasy
giovedì, 04 ottobre 2007

é sempre una storia d'amore meravigliosa... ogni volta che rivedo il film!
Scritto da: GolanTrevize alle ore 22:59 | link | commenti (1)
Categoria:

Che brutta abitudine la mia di dire sempre agli altri ciò che vogliono sentirsi dire da me!!
Che brutto modo di svendermi che ho!!
….
Prometto a me stesso di non farlo più… forse!?

Scritto da: GolanTrevize alle ore 17:31 | link | commenti (1)
Categoria: riflessioni
mercoledì, 03 ottobre 2007
IO SONO QUI… VOI DOVE SIETE? (remember)

extracted to: Spirito Libero

Io sono qui
a piangere la gioia,
a ridere il dolore
Sono qui,
fradicio di amore
lacero
ignudo al vostro sguardo
frantumato di dignità
spogliato delle difese
arso e spento nel mio dono per voi…

Aspetto una risposta
aspetto una carezza
aspetto un sorriso, un abbraccio…

Io sono qui
e Voi dove siete?

Dove siete naufraghi
perduti nel vivere quotidiano,
inquinati dalla materia
permeati nella sua lussuria
nella pienezza del Sé?
Dove siete vagabondi sognatori
troppo stanchi per sognare?

Io sono qui! E voi…
Voi…
dove siete andati?

Scritto da: GolanTrevize alle ore 21:32 | link | commenti
Categoria: poesie, poesia
martedì, 02 ottobre 2007
L’AMORE DI UN ANGELO (remember)

Non riusciva a ricordarsi quando fosse successo, o forse era sempre stato così! Lei era innamorata di lui, ma lui non sapeva neanche della sua esistenza. Gli era stato affidato appena nato, gli avevano detto: amalo come solo tu puoi, egli è un bambino speciale…
Speciale lo èra davvero. Infatti le aveva dato una gran da fare fin da bambino, perché era solito farsi un mucchio di domande, ma contrariamente alle solite domande innocenti di tutti i bimbi, mossi da curiosità, le sue domande erano di una profondità immensa e toccavano temi non soliti per bambini di ogni età. Lei d’altra parte, come Consigliera, aveva il compito di portare le risposte nel modo più chiaro possibile. Fare l’Angelo custode del ragazzo non era per niente facile… per non parlare di quando lei gli si sedeva accanto per coccolarlo un po’, mentre dormiva. Era un periodo che lui ne avvertiva la presenza e la vedeva appena riapriva gli occhi, Lei non faceva in tempo a volare via, ma ne era immensamente felice, perché per alcuni istanti lui riusciva a sentirne la presenza.
Non immaginava di poter amare così tanto quel ragazzo, ed ora che il suo tempo stava finendo, lei aveva paura che sarebbe finito tutto e quel ragazzo che amava, se ne sarebbe andato per la sua strada, magari con un semplice grazie e addio.
Doveva far di tutto perché lui quel giorno decidesse di non andare a correre al fiume. Là, sarebbe stato colto da malore per una valvola cardiaca mal funzionante. Tutti gli esami di laboratorio ai quali si era sottoposto, non avevano evidenziato quel difetto che aveva fin dalla nascita e che era difficile da diagnosticare.
Come si poteva cambiare il destino, se questo era stato scritto dal Capo in persona? Si era ricordata quella sera speciale, quando lui le dedicò una poesia struggente… non aveva mai versato tante lacrime, lei gli era accanto mentre lui scriveva e la cercava, intuendone la presenza al suo fianco.


Perché non sei qui?

Da sempre sento la tua mancanza
Da sempre ti cerco ma non ti conosco
Da sempre ti vorrei qui con me
Perché non sei qui?

Sei la mia anima gemella
Sei la donna di miei sogni
Sei un corpo esile e delicato
Sei un frutto mai assaggiato
Perché non sei qui?

Ti vedo danzare ogni giorno
Ti sento cantare ogni notte
Perché non sei qui?

Vorrei sentire il tuo odore
Vorrei assaggiare il tuo sapore
Vorrei vedere il tuo colore
Vorrei ascoltare il tuo cuore
Perché non sei qui?

Con te vedrei per sempre il mare
Con te abbracciati ore ed ore
Con te farei sempre l’amore
Perché non sei qui?
Perché non sei qui?
Perché non sei qui?

Era rimasta ore ed ore ad abbracciarlo e baciarlo nella notte mentre lui dormiva.
Quella mattina lei era andata dal Capo in persona, per implorare di cambiare il destino del ragazzo, ma Egli le aveva ricordato la regola che vietava agli Angeli di innamorarsi dei loro assistiti e che se avesse insistito, l’incarico sarebbe stato affidato ad altri.

Era quasi notte ed il ragazzo stava percorrendo quei sentieri lungo il fiume che aveva scoperto giorni prima. Nessuno sarebbe passato di lì per parecchie ore e lui era solo…
All’improvviso la sua corsa divenne più affannosa, per fermarsi del tutto in preda ad un dolore al petto.
“OH mio Dio! Perché non posso guarirlo?” Le lacrime di lei, si andavano ad unire all’acqua del fiume, formando mille lucine sfavillanti.
Ora il ragazzo era accasciato a terra e lei in preda ad uno sconforto terribile, gli teneva la testa sulle ginocchia, accarezzandogli il viso.
Era tempo degli addii, e di ricomporsi un po’. Lasciò il corpo ormai esanime del ragazzo e fece qualche passo, arretrando un poco.
Lo spirito del ragazzo si stava staccando dal corpo e dopo alcuni istanti in cui restò sopra a volteggiare, egli si allontanò e guardò il suo corpo esanime con un fare curioso.
Lei pensò che sarebbe stato meglio andarsene ora... non avrebbe sopportato il suo sguardo, quando si sarebbe voltato per scoprire la sua presenza. Si voltò per andarsene, quando udì la sua voce che la stava salutando. “Ciao Splendore… dove vai? Aspettami, ti devo dire una cosa…”
Lei rimase immobile, bella come non mai nella sua splendida forma e con le ali distese che irradiavano luce come da tutto il suo essere… Lui le si avvicinò dicendo “finalmente ti posso abbracciare” e stringendola tra le sue braccia, distese le ali che ora anche lui mostrava…
Il mattino seguente, un contadino di passaggio trovò il corpo del ragazzo… Stringeva ancora in mano una piccola statuina di legno raffigurante un angelo bianco…



Scritto da: GolanTrevize alle ore 20:29 | link | commenti
Categoria: amore
lunedì, 01 ottobre 2007
GRAZIE DI CUORE!

Valentina… non posso fare a meno di RINGRAZIARTI per il meraviglioso sito che mi stai facendooo!!!!

 

Scritto da: GolanTrevize alle ore 22:03 | link | commenti (1)
Categoria:
domenica, 30 settembre 2007

Come faranno gli Angeli ad amarci ancora nonostante i nostri errori?
Come faremo noi a non farne più?

Seguiamo sempre le nostre idee… poi inciampiamo in qualcosa ed è difficile non cadere.

Si possono stancare gli Angeli di risollevarci ogni volta?

Un ambulanza urla da lontano… sono echi del mondo che confuso resta dentro di me.

Confuso come me.

Corrado
01/10/2007

Scritto da: GolanTrevize alle ore 23:43 | link | commenti (3)
Categoria:
sabato, 29 settembre 2007

L'amore non è quiete ma tempesta!

Corrado

Scritto da: GolanTrevize alle ore 12:49 | link | commenti (4)
Categoria: amore
Il saggio Kurtz

Infine, il terzo sintomo della morte dei nostri sogni è la Pace. La vita diviene un pomeriggio domenicale, che non ci chiede grandi cose e non esige nulla di più di quanto noi possiamo dare. Riteniamo allora di essere “maturi”, di avere messo da parte le “fantasie dell’infanzia”, e raggiungiamo la nostra realizzazione personale e professionale. E siamo stupiti quando qualcuno della nostra età dice di volere ancora questo o quello dalla vita. Ma, nell’intimo del nostro cuore, sappiamo che ciò che è accaduto è che abbiamo rinunciato a lottare per i nostri sogni, a combattere il Buon Combattimento

Coelho

Scritto da: GolanTrevize alle ore 07:56 | link | commenti (3)
Categoria: amicizia
venerdì, 28 settembre 2007
Sono Felice :-)

Volevo solo avvisare di non far caso agli errori delle immagini che non funzionano, ma con Vale stiamo facendo il sito nuovo e qualche ripercussione c'è anche nel blog. Sistemeremo presto tutto.

Work in progress. www.paroledipoesia.com

 

Scritto da: GolanTrevize alle ore 18:37 | link | commenti (1)
Categoria:
il mio amico Tonino mi ha scritto....




Nel 1923 Hubble scoprì che l'universo era costellato di galassie come la
nostra Via Lattea , fino allora si pensava che l'universo fosse ...








"L'ECO DEI MIEI PASSI"


Un breve commento. Da un amico.... meravigliato!


Poesia, rifugio dell'anima, habitat naturale dei pensieri.


Poesia, gioia e dolore.


Sogno e realtà probabilmente inscindibili.


Amore, amore, amore e ancora amore!


Poi rabbia e malinconia, impeto e rassegnazione,


speranza e delusione.


In una parola la Vita!


Ecco: leggendo i versi raccolti nel "L'eco dei miei passi", si legge la
"Vita".


La vita e la sua crudeltà con le sue "foto di marmo".


Ed è così, che sono stato piacevolmente sorpreso dal mio amico Corrado.


Con coraggio e determinazione, egli ha deciso, in qualche modo, mettersi a
"nudo", rivelandoci forse l'aspetto più intimo di stesso.


A coloro che come me lo conoscono da moltissimo tempo, sicuramente durante
la lettura, non potrà non venire in mente la sua faccia allegra e
simpatica, la sua ironia...e in principo si stenterà un pò a collegare il
tutto.


Ma poi, verso dopo verso, pagina dopo pagina, il cuore della sua poesia
inizia a battere sempre più forte, fino


a farsi sentire con veemenza e ti rendi conto che Corrado è un ragazzo
speciale.


Non so e non vorrò sapere se tutte le sue poesie sono autobiografiche.


Mi piace pensare che alcuni versi raccontino semplicemente con le parole i
voli pindarici dell'anima.


In alcune, ho ritrovato anche un pò di me stesso, e forse di ciascuno di
noi.


Un quadro dipinto con i colori dell'esistenza spesso buia ma a volte
tremendamente bella!


In bocca al lupo!


Tonino




Scritto da: GolanTrevize alle ore 11:16 | link | commenti
Categoria:
martedì, 25 settembre 2007

Correre alle 8 di sera, quando gli altri vanno a cena, è rilassante. Correre sul lungomare è meraviglioso. Correre con la musica preferita nelle orecchie è ancora più grande.
Gli incontri con le altre persone sono rari… i viali occupati solo dalla luce dei lampioni e dal vento. Passo davanti ad un bar, alcune persone sono sedute ad un tavolino, c’è una ragazza da sola che forse aspetta qualcuno. Pochi minuti dopo incontro una signor che porta a spasso il proprio cane. Il cane sembra fiutare qualcosa nell’aria, guarda la Luna.
Appartata in auto, una coppietta sta facendo l’amore sotto i lampioni.
La musica da il ritmo ai passi… Più avanti ci sono dei ragazzi che stanno parlando tra loro, indicano una macchina tutta carenata. Mi viene in mente una cosa stupida, i maschi parlano tra loro sempre di motori o di sport, mentre le femmine di trucchi e telenovelas. Non è vero questo, però guardando quei ragazzi sembra così.
La spiaggia mi invita a scendere. Non c’è nessuno.
Mi fermo e passeggio… ci sono le stelle, il mare che riflette gli spruzzi sotto la luce della luna e Io…
È freddo, il vento si insinua sotto la maglietta e mi asciuga il sudore addosso. Non riesco a non stare li, nonostante che rischio di prendere un malanno.
Mi abbasso così prendo meno vento… mi inginocchio.
Chiudo gli occhi.
Ricordo che la stessa Luna mi ispirò una poesia ed un racconto tempo fa. Apro le mani e ringrazio Dio per tutto questo.
Quando mi alzo, capisco d’essere stato parecchio in ginocchio. Ho tutti i sassi attaccati alla pelle e mi diverte farli cadere con quel lieve dolore che lasciano.
Me ne torno indietro, lungo il mio percorso. Ripasso davanti ai ragazzi che parlano di auto e penso che forse sono strano io ad ammirare la Luna ed il mare invece di un motore e di una carrozzeria. Quei ragazzi nell’auto ancora stanno l’uno sull’altra, erano tempi per me… passati.
La donna col cane sta tornando anche lei, il cane cerca sempre qualcosa, lo porta l’istinto.
Clik… il contatto e il motore che va… la musica sul player invade ancora le mie orecchie, non si dovrebbe guidare con le cuffiette, ma a quest’ora non c’è nessuno che controlla e a me mi và.
La solita furtiva lacrima scende sul mio viso… ripenso alla giornata, a qualcuno che ho offeso e qualcuno che non sono stato in grado di aiutare.

I fanali illuminano il buio. La speranza il domani!

Corrado
26/09/2007

Scritto da: GolanTrevize alle ore 23:47 | link | commenti (1)
Categoria: mare
BASTA POCO

 

Così è la vita

strane coincidenze, combinazioni, attimi che si intrecciano

ed ecco che il destino

ti porta ad un bivio…

Nulla ti svela il cammino

devi decidere… devi scegliere,

sperare e confidare...

affidarti a Dio nell’attimo che ti senti perduto…

“Ora cosa faccio, Cosa dico?”

poi adagio il cuore si placa

le parole prendono posto all’affanno

a ciò che dalle mani ti è sfuggito,

ancora una volta il destino gioca il suo ruolo,

ma ora fermati,

non serve sapere, capire

basta la Luna sul mare…

Fermati ad ascoltare la musica

che il silenzio ti sa donare…

Fermati per capire che basta la Luna,

particella dell’universo che splendente si rispecchia negli occhi…

occhi di donna…

occhi di uomo…

per un attimo smarriti e poi ritrovati.

 

Così è la vita,

 

basta poco!

 

Corrado e Silvi

25/09/2007 

Scritto da: GolanTrevize alle ore 22:53 | link | commenti
Categoria: mare, poesie, poesia, amicizia, libertà, spiritualità

Ringrazio tutti voi per aver accettato il mio invito…

Ora ho inserito la possibilità di commentare i post. Avevo commesso un piccolo errore nei permessi, dovrebbe andare.

 

Corrado

Scritto da: GolanTrevize alle ore 18:17 | link | commenti (3)
Categoria:
lunedì, 24 settembre 2007

I sogni cono come piume:
se nella vita ne raccogli abbastanza,
un giorno spiccherai il volo
alla volta dei tuoi sogni, verso il tuo destino.
Raccogli una piuma ogni volta che la vedi,
perché è scesa dal cielo,
la meta a cui anelare.

Sergio Bambaren

Scritto da: GolanTrevize alle ore 20:45 | link | commenti
Categoria:

Ma quanto guadagnano i dentisti? Per l’apparecchio di mio figlio ci vogliono 2500 €.
Io ci impiego quasi tre mesi a guadagnarli. Credo che ci sia da vergognarsi.
Inca… tissimo!!!

Scritto da: GolanTrevize alle ore 17:33 | link | commenti
Categoria: rabbia

Ogni minuto che vola via
è una nuova opportunità per mutarlo del tutto;
ogni istante è un occasione per cambiarlo in meglio.
Dunque, vita, io ti prometto questo:
sarò sempre fedele al mio cuore.
Sarò il custode dei miei sogni.
Io solcherò tutti gli oceani guardando con occhi miei
il magnifico mondo in cui vivo.
Avrò caro ogni secondo
del tempo che mi è dato
come un tesoro immediato.
Ecco, faccio un profondo respiro,
per riempirmi d’aria i polmoni,
e per colmarmi del mistero
e della magia
che mi circondano.

Me ne andrò per la mia strada,
non importa che cosa gli altri ne penseranno.
Padrone del mio destino,
non tradirò giammai il mio cuore.
La mia stessa felicità.
Vita, anche questo io ti prometto:
quando verrà il momento di andarmene,
di cavalcare l’ultima onda,
di dare corpo al mio ultimo sogno:
avrò un sorriso per te,
vita di grazia e meraviglia.
Per ringraziarti di tutti i momenti che mi hai donato
senza nulla chiedere in cambio.
Questa è la mia promessa a te:
preziosa, unica, magnifica
vita!

Sergio Bambarén

Scritto da: GolanTrevize alle ore 11:27 | link | commenti (1)
Categoria: amicizia
sabato, 22 settembre 2007
La città delle ragazze

Ieri io ed un mio collega di lavoro e amico, siamo andati in una delle nostre ditte satelliti per risolvere un problema tecnico. È una ditta in cui lavorano solo ragazze. L'ho soprannominata banalmente "la città delle ragazze". In questa magica città, c’è un organizzazione gerarchica quasi maniacale. Anche la titolare è una ragazza. Lei è dinamica ma con poca esperienza tecnica. Ha sempre mille motivi per arrabbiarsi e grinta da vendere. In un primo approccio risulta antipatica e sgradevole, ma poi conoscendola, si capiscono le sue paure e ci si riesce quasi a scherzare.

Io e il mio collega parliamo di loro, quasi con ammirazione:
“Vedi la moretta, avrà diciott’anni”
“Si, sta diventando sempre più carina. Guarda come si veste provocante.”
“Si… è comprensibile sai.”
“Perché? La conosci?”
“No, però l’ho vista con sua madre. È di povera famiglia e non ha il papà. La mamma le vuole molto bene e si è lasciata andare, trascurandosi nell’abbigliamento e nell’aspetto per poter dare tutto alla figlia. Lei si vergogna un po’ della mamma, ma comprende il suo amore.”
“Quindi vuoi dire che lei si sente quasi in dovere di essere bella per far felice sua madre?”
“No so questo. Sta sviluppando il suo carattere e tutto le serve per aver fiducia in se stessa, come quei pearcings che ha sul naso e sulle labbra.”
“Si, ma quella ti guarda… secondo me gli interessi.”
“Dai, scemo. È una ragazzina per me.”

Basta non fermarsi alle apparenze per vedere cose celate dietro occhi distratti. Basta cogliere una sfumatura differente per comporre la gamma cromatica che l’ha portata.
La città delle ragazze, tra lamiere chiassose e umori contrastanti, porta le sue esperienze in un mondo spesso poco colorato.

Corrado
22/09/2007

Scritto da: GolanTrevize alle ore 13:59 | link | commenti (1)
Categoria: attimi di vita
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